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BISOGNA AVERE CURA DELLA BELLEZZA CHE CI E' STATA AFFIDATA

ORSOMARSO. VALLE DEL FIUME ARGENTINO - Nel pomeriggio del 20 agosto, secondo la tradizionale scansione estiva ultimo giorno di solleone, dall'album dei ricordi sono comparse delle belle foto che mi hanno riportato indietro di 17 anni, al 19 agosto del 2009. Una delle tante escursioni degli ultimi cinquant'anni, lo posso dire, su uno dei percorsi più emozionanti, sul quale torno sempre volentieri e che mi dà ogni volta sensazioni nuove e meravigliose (Rifugio Conte Orlando - Falaschere - Piano del carpino - Crivi di Mangiacaniglia (a proposito di Crivu!), Monte Palanuda - Piano di Cambio).
Quest'anno però la gioia di rivedere luoghi e persone che ho sempre stimato, con le quali ho condiviso tante esperienze di conoscenza di scenari di grande bellezza, è stata velata di malinconia e sconforto: nei giorni precedenti, infatti, ero andato a rifornirmi di acqua da bere alla fontana dell'Oasi Giovanni Paolo II (quello che resta ...) nella Valle del Fiume Argentino e guardando quei luoghi così familiari, durante il tragitto, ho toccato con mano lo stato di trascuratezza e degradante abbandono di tanti angoli invasi da rovi e sterpaglie, che invece meriterebbero la massima cura per essere in grado di accogliere adeguatamente visitatori di tutte le età e amanti della natura. Posti unici e importanti nella storia civile, sociale, economica e politica non solo del nostro paese, che fino a un decennio fa erano la base di partenza di sentieri di attraversamento gole profonde e si inerpicano verso l'alta valle del Fiume Argentino conducendo ad altri sentieri e piste che si inoltrano nei territori dei comuni confinanti.
Il percorso principale che costeggia il fiume Argentino lungo i sette chilometri della strada sterrata fino alla località Povera Mosca, prosegue poi dopo l'attraversamento del ponte pedonale lungo un sentiero che coniuga perfettamente la presenza di endemismi unici e preziosi con i resti di grandi installazioni di archeologia industriale risalenti agli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso, durante i quali fu attuata una vasta opera di taglio dei boschi di latifoglie dell'alta Valle dell'Argentino. Il tutto fra scenari naturali di rara bellezza che si aprono avvolti da una vegetazione lussureggiante che va da quella riparia lungo il corso dell'Argentino, alla ricca e varia macchia mediterranea che intorno ai settecento metri di altitudine si mescola con la foresta di latifoglie, completata dagli imponenti pini loricati che dominano fra le rocce più impervie e inaccessibili e si contraddistinguono con il loro verde scuro come pennellate di artista.
Un sentiero che dopo Canale Tufo, con la sua famosa sorgente, e a seguito di ripetuti attraversamenti del fiume su ponti pedonali, si apre con la riservata valle della località Pantagnoli, un tempo densamente coltivata e popolata da una comunità di contadini e pastori che abitavano in case in muratura costruite con maestria e ben curate, delle quali restano ruderi affascinanti e malinconici. Fanno da corona a quello che sembra essere stato un piccolo Eden, le fiancate ripide di grandi montagne le cui cime superano tutte i mille metri di altezza: la Carpineta e l'altopiano di Carrola fino ai Crivi della Ficara verso Sud, da nord dominano le Creste di Tortòra con al centro il castello medievale di Santo Noceto, le Falaschere, Piano del carpino e verso Est i Crivi di Mangiacaniglia, il monte Palanuda, la regina delle cime con i suoi 1632 metri e il solitario e misterioso Deo Gratias. Siamo nel regno del pino Loricato. In direzione Est si sviluppa l'alta valle del fiume Argentino, incuneato fra gole profonde e vere e proprie gallerie scolpite nelle rocce dall'azione millenaria dell'acqua e dei detriti trasportati. Grandi cascate come quella detta del canale di Mangiacaniglia e la maestosa e austera cascata grande denominata Fornelli, il canyon di Marepiccolo con le sue ricche sorgenti di acqua freschissime da dove, alla confluenza della Fiumarella di Rossale e quella di Tavolara ha inizio la valle del fiume Argentino.
Un sentiero storico antichissimo che in località Golfo della Serra lascia le rive del fiume e prosegue a mezza costa lungo un pendio di rocce ripide, fra una rigogliosa vegetazione di macchia mediterranea in cui persistono ancora oggi testimonianze ciclopiche di archeologia industriale nella località Destra Fornelli e quelle piene di fascino misterioso come le croci incise sulla parete di Pietra Ferrata dalle origini remote, probabilmente preistoriche. Fino a circa 20 anni fa era percorribile abbastanza agevolmente, oggi purtroppo è praticamente scomparso e solo esperti conoscitori dei luoghi riescono a venirne a capo, ma con grande fatica e rischi.
Il secondo sentiero, potrebbe essere identificato come l'antica Via del sale che raggiungeva le antiche saline di Lungro che per secoli hanno rifornito un vastissimo comprensorio fra lo Ionio e il Tirreno. Questo percorso non meno affascinante per gli scenari naturalistico-ambientali, geomorfologici e di memoria storico-culturale, origina nei pressi della cascata Ficara e sale progressivamente lungo la valle che costeggia l'omonimo torrente, fiancheggiato da terreni ormai coperti da un bosco giovane ma un tempo densamente coltivati e abitati fino agli anni cinquanta e sessanta del Novecento da una numerosa comunità di contadini e pastori che vivevano in abitazioni in muratura alle quali si affiancava di solito un grande ricovero di animali, u pagghjaru, costruito con grande perizia in legno e con un tetto di frasche e grandi fibre filamentose, i tagghjamàni, magistralmente intrecciate che sfidavano e resistevano tranquillamente alle avversità atmosferiche.
Il sentiero sale in quota e, dopo il valico di Albanèta, si inoltra in una grande vallata che di fronte verso Nord offre lo spettacolo delle creste di Tortora, Falaschère, Piano del Carpino, Monte Palanuda, Deo Gratias, Crivi di Mangiacaniglia e l'Altopiano di Carrola. Dopo aver aggirato la schiena tozza dei crivi della Ficara, sale nella valle del canale di Torrano verso Serra del Lepre dove trova la strada sterrata che da Verbicaro sale verso la cima della Camagna e Tavolara lungo il confine comunale di Orsomarso. Anche questo sentiero, almeno fino ai confini amministrativi comunali, è ormai completamente abbandonato, mentre invece potrebbe offrire una grande occasione per vivere un'esperienza unica e irripetibile per escursionisti e amanti della natura.
Il terzo itinerario è quello che dalla località Povera Mosca sale attraverso i terrazzamenti della località Milari, altro bosco giovane abitato un tempo da una comunità di contadini e pastori, si incunea nella stretta e ripida vallata detta Sammacoso e dopo aver aggirato il costone inaccessibile di Castel Brancato, raggiunge la località Masseti e la sua freschissima sorgente con annesso rifugio, adibito un tempo a base operativa per gli operai dell'ex Azienda di Stato per le Foreste Demaniali. Da Masseti il sentiero prosegue lungo una strada sterrata e sale fino ai confini del comune al valico dell'Anzo Paliro ed entra in territorio di Mormanno e al grande bacino di Campolongo che confluisce nella valle del Porta la Terra verso Orsomarso. Nella direttrice Nord verso Mormanno l'itinerario conduce al valico del Pojo che domina da una parte la vallata fra il monte La Vernita, Rosole e il Palanuda, dall'altra scende in modo ripido verso il lago e, quindi, all'abitato di Mormanno.
Itinerari storici lungo i quali gli uomini si sono spostati nel corso dei millenni scavando profondamente l'arenaria che caratterizza la morfologia dei luoghi.
Quelli che sono stati descritti in modo estremamente sintetico, rappresentano soltanto in minima parte l'intricato reticolo di antichi sentieri che attraversano in lungo e in largo il territorio di Orsomarso, che purtroppo oggi sono caduti nel più totale abbandono e rappresentano plasticamente l'irreversibile china di un paese e un territorio che invece avrebbe bisogno di una valorizzazione vera che punti sulla vocazione delle risorse endogene e non lasci niente al caso.
Invece la realtà racconta tutta un'altra storia di gravi responsabilità della politica locale che in circa un quindicennio non ha saputo proporre iniziative di gestione e rilancio capaci di puntare sulla cura e manutenzione dei luoghi e dei percorsi che raccontano l'anima e il genio dei luoghi così come è stato tramandato dalle generazioni passate.
Purtroppo bisogna prendere atto che questo luogo così meraviglioso che tutti ci invidiano, è ormai diventato sempre più una grande bellezza abbandonata e dimenticata.
Ma Orsomarso non merita tutto questo.

Pio G. Sangiovanni
8/23/2026

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Fonte: http://www.abystron.org/expo/orsomarso/politica-locale/a-futura-memoria/territorio-e-sentieri-abbandonati.aspx
Data: Monday, August 24, 2026 - 1:44:32 AM