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Addio a Edgar Morin. Il grande sociologo e filosofo aveva 104 anni. Una vita a indagare il "paradigma della complessità"

FRANCIA - Il sociologo e filosofo Edgar Morin, figura di spicco della vita intellettuale non solo francese, è morto ieri all'età di 104 anni. "Non è la felicità che bisogna cercare. Più la si cerca, più fugge. Bisogna cercare l'arte di vivere, che dà in regalo grandi e piccole felicità. "Considerato uno dei massimi pensatori del pianeta è stato un punto di riferimento per l'ecologia, la sociologia e la pedagogia moderne.
Gigante del pensiero con forti inclinazioni politiche di sinistra, è stato autore di un'opera variegata, nota ben oltre i confini francesi, che si contrapponeva alla sociologia tradizionale, presentandosi come una riflessione sull'umanità basata su dati scientifici.
La moglie Sabah Abouessalam in una nota ha dichiarato che fino ai suoi ultimi giorni, Edgar Morin è rimasto attento al mondo, agli altri e alle grandi sfide umane che hanno nutrito il suo pensiero.
L'Agenzia France-Presse riporta le parole della moglie: "Oggi il vuoto che lascia è immenso. Ma il suo coraggio, la sua fedeltà alle persone e alle idee, il suo rigore morale e la sua speranza continuano a guidarci". Nonostante l'età avanzata, Edgar Morin è stato sempre una figura di spicco e punto di riferimento nel dibattito intellettuale internazionale. Il suo pensiero si fonda sul "paradigma della complessità". Egli sostiene che la realtà sia un tessuto interconnesso di elementi inseparabili. Per comprendere il mondo, occorre superare la frammentazione delle discipline e abbracciare una visione olistica e transdisciplinare.
Insignito di lauree honoris causa da 38 università straniere, al centro della sua opera più celebre, I sette saperi necessari all'educazione del futuro, propone un insegnamento che prepari le menti ad affrontare l'incertezza e a comprendere l'essere umano in tutta la sua globalità. Nella consapevolezza che, nell'era della globalizzazione, condividiamo tutti lo stesso destino planetario. Questo richiede un'etica della comprensione e del rispetto reciproco. Ha dedicato gran parte dei suoi ultimi lavori all'insegnamento. Celebre il suo saggio La testa ben fatta, dove propone un modello di scuola che insegni a connettere i saperi invece di accumulare nozioni, riprendendo la celebre massima di Michel de Montaigne "meglio una testa ben fatta che una testa ben piena" che significa che sviluppare un pensiero critico, come capacità di comprendere il mondo e collegare i saperi è molto più importante del semplice accumulo passivo di nozioni e informazioni.
L'originalità di questo ebreo laico, che si considerava un "predatore di conoscenza", risiedeva nel suo rifiuto della frammentazione del sapere, a favore di una visione culturale e scientifica multidisciplinare. Storico, filosofo e scienziato, ha cercato di abbattere i confini tra le discipline. Nel quinto volume della sua opera magna in sei volumi, ‘Il Metodo', scrisse: "Più sappiamo dell'umanità, meno la comprendiamo. Le divisioni tra le discipline la frammentano, la svuotano di vita, di sostanza, di complessità, e alcune scienze che si definiscono umane arrivano persino a prosciugare la nozione stessa di umanità".
Edgar Nahoum era nato l'8 luglio 1921 a Parigi da una famiglia ebrea originaria di Salonicco (Grecia), emigrata a Parigi. Considerato uno dei massimi pensatori del pianeta è stato un punto di riferimento per l'ecologia, la sociologia e la pedagogia moderne. Durante la sua lunga vita ha continuato a lanciare allarmi educativi, a battersi per una coscienza planetaria e a riflettere sulla crisi del pensiero e sulle minacce ecologiche e nucleari che affliggono il mondo contemporaneo.

«La scuola e l’università insegnano alcune conoscenze, ma non la natura della conoscenza, che porta in sé i rischi di errore e di illusione, poiché ogni conoscenza, a cominciare dalla conoscenza percettiva fino alla conoscenza tramite parole, idee, teorie, credenze, è nello stesso tempo una traduzione e una ricostruzione del reale. […]Siamo condannati all’interpretazione, e abbiamo bisogno di metodi affinché le nostre percezioni, idee, visioni del mondo siano il più possibile affidabili. […] Inoltre, la rarefazione del riconoscimento dei problemi complessi, la sovrabbondanza dei saperi separati, dispersi e parziali, la cui dispersione e parzialità sono a loro volta fonti di errore, tutto ciò ci conferma che il problema della conoscenza è un problema chiave della nostra vita di individui, di cittadini, di esseri umani nell’era planetaria. […] Da qui la necessità vitale di introdurre, dalle prime classi fino all’università, la conoscenza della conoscenza. Quindi, insegnare a vivere non è solo insegnare a leggere, scrivere e a far di conto, né solamente insegnare le conoscenze basilari utili della storia, della geografia, delle scienze sociali, delle scienze naturali. Non è concentrarsi sui saperi quantitativi, né privilegiare la formazione professionale specializzata: è introdurre una cultura di base che includa la conoscenza della conoscenza».

Edgar Morin, “Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l'educazione”, traduzione di S. Lazzari, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015, pp. 12-13

31/05/2026
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