ESCURSIONANDO L'ORSOMARSO - Oggi voglio raccontare, con l'ausilio prezioso delle immagini video girate da Raffaele Caminiti, l'escursione effettuata insieme ad un gruppo di amici il 9 agosto dello scorso anno (2025) lungo uno dei percorsi fra i più affascinanti, pittoreschi e sempre unici che ci offre la Valle del Fiume Argentino. Si tratta di un itinerario che rasenta i pianori che fra i 1200 e i 1400 metri sul livello del mare si affacciano improvvisamente sulle profondità della valle dell'Argentino precipitando lungo pendii scoscesi ricoperti all'inizio dalla foresta di latifoglie e dai maestosi pini loricati abbarbicati a creste e dirupi a strapiombo, seguiti man mano che si scende di quota, dal rigoglioso bosco di macchia mediterranea in cui predomina il verde cupo di robusti lecci, chiazzato dalle chiome inconfondibili di carpino e orniello. Dal fondo della valle, nascosto dalla lussureggiante vegetazione riparia, si ode il fruscio placido del fiume Argentino che sale insieme alla brezza fresca che nell'ombra della fitta faggeta ha l'effetto piacevole di un condizionatore naturale nella calura estiva.
L''appuntamento è alle 7 di mattina in piazza a Orsomarso, nella consapevolezza che si riuscirà a partire non prima delle 7:30. Ma non c'è nessuna fretta, la giornata è lunga e dovrà essere affrontata senza particolari premure. Il primo tratto in macchina segue la strada che si inerpica per l'Olivaro verso le località Licciardi, Sant'Angelo, Scorpari, le Scalette e su su fino al valico del Pojo, nel comune di Mormanno, per ridiscendere a Campolongo fino alla raccolta valle della sorgente Acqua la Pietra (1042 m. s.l.m.). Qui, lasciate le macchine sotto gli ombrosi faggi, gli zaini in spalla e tutto il necessario, inizia il nostro cammino a piedi lungo un antichissimo tratturo che principia con una ripida salita, come a voler saggiare subito le nostre buone intenzioni e ci conduce alla prima tappa: il Rifugio Conte Orlando (1193). Vero e proprio luogo della memoria, noto anche come "Casa cacciatori". Rifugio Alpestre Conte Orlando, questo il suo nome originario, voluto e costruito fra il 1902 e il 1904 dal Circolo cacciatori di Mormanno che volle intitolarlo al nobile protagonista di una leggenda popolare che morì, a causa del maltempo, precipitando in un burrone nella località Malvicino, non lontano dal luogo dove sorge il rifugio. (VIDEO).
Rifugio Conte Orlando - Falaschere
Dopo la breve sosta per riordinare le idee ai piedi del robusto fabbricato, costruito con grande maestria in blocchi di pietra, pochi metri a monte dell'antica strada principale che segna il confine fra i comuni di Orsomarso e Mormanno, ci avviamo in direzione est verso le vaste cime carsiche della località Falaschere, lasciandoci a destra una radura un tempo coltivata a grano, dove pascolano placidamente delle mucche al suono di campanacci che portano al collo, che ne scandisce i movimenti. In direzione sud il paesaggio inizia ad abbassarsi verso le creste di Tortòra per poi precipitare nella valle del fiume Argentino. All'altezza di un fabbricato trasformato in struttura ricettiva turistica, viriamo a sinistra e ci inoltriamo lungo il sentiero denominato "Valle Tirata" che sale dolcemente, immerso nella faggeta, interrotta qua e là da rigogliosi agrifogli solitari, su uno strato soffice di foglie e fiancheggiato da spuntoni di rocce compatte ricoperte da strati vellutati di muschio, che rivelano la loro esposizione a nord.
La comitiva sale chiacchierando a bassa voce, quasi a non voler disturbare il silenzio ovattato in cui è immersa la riposta valle, interrotto soltanto dal suono remoto dei campanacci che si mescola ai richiami improvvisi di picchi, colombacci e falchi, ai quali si aggiungono gli schiocchi ravvicinati dei merli e il cinguettio variato di scriccioli, capinere e pettirossi. Improvvisamente dopo aver oltrepassato grossi massi che sembrano rotolati lì da millenni, la faggeta si apre ad un paesaggio di luce con un cozzo sassoso completamente spoglio e disseminato da arbusti di biancospino e grandi cespugli di ginepro che disegnano ampie macchie scure in mezzo al pallore del prato ormai rinsecchito sotto la calura estiva, nel quale però resistono colonie coraggiose di garofani selvatici con le loro minuscole e delicate infiorescenze variopinte. Mentre davanti a noi, oltre una lingua spessa di faggi, si propone l'alto cozzo che presto metterà alla prova la nostra capacità di resistenza fisica e mentale, in direzione sud, dopo una folta distesa di alte felci, si apre lo scenario incantevole del mare verde della foresta di latifoglie della catena dell'Orsomarso. Dalle immediate propaggini della valle del fiume Argentino, Ficara, Carrola, Camagna e Tavolara, fino all'immenso massiccio del Cozzo dell'Orso e del Pellegrino, seguito dalla tozza sagoma della Serra la Mula e le cime azzurrine e appuntite della Montea e Monte la Caccia.
Il sentiero principale prosegue risalendo la vallata fra le radici affioranti come tentacoli dei grandi faggi, rivelando la presenza di una serie di terrazzamenti perfettamente pianeggianti sostenuti da muraglie a secco di pietra grigia calcarea compatta che ci parlano dei campi coltivati da generazioni di abitanti del feudo di Orsomarso, un territorio che partiva dalle rive del mar Tirreno, in località La Bruca a sinistra del fiume Lao e risaliva fino al monte Palanuda, a 1632 metri sul livello del mare. Un grande feudo che insieme a quello di Abatemarco, dalla seconda metà del Seicento e fino ai primi dell'Ottocento con le leggi napoleoniche di eversione della feudalità, fu posseduto dai baroni Brancati di Napoli che l'avevano acquistato nel 1668 ad un pubblico incanto del viceregno spagnolo di Napoli.
Il nostro percorso alcune centinaia di metri dopo, rompe la monotonia di quel paesaggio, svolta in direzione sud e aggredisce la montagna seguendo un'antichissima via di pastori, greggi e boscaioli. Si inerpica tagliando trasversalmente la serra pietrosa e brulla fino a raggiungere le cime arrotondate delle Falaschere che svettano fra gli avvallamenti e le profonde doline carsiche completamente ricoperte da faggi, ornielli, cerri, acero montano, carpino e qualche colonia di pioppi cresciuti nei pressi delle piazzole circolari delle carbonaie di novecentesca memoria. Un paesaggio fantastico dal quale la vista spazia dalla Riviera dei cedri al Golfo di Policastro, le montagne del Cilento, di Aieta, Tortora e Papasidero, fino al Monte Sirino e il monte Alpi nel lagonegrese e la Valle del Mercure.
È la seconda tappa del nostro viaggio che ha toccato la cima più elevata delle Falaschere a circa 1300 metri di altitudine. Il posto giusto per una breve ma necessaria pausa per rifocillarci e per qualche piccola riflessione. (VIDEO).
Una grande finestra sulla valle del fiume Argentino
Riprendiamo il cammino immergendoci in una faggeta giovane e rigogliosa puntando decisamente in direzione delle creste che si affacciano, quasi a precipizio, sulla località Pantagnoli, nel cuore della Valle del fiume Argentino. Il sottobosco è ricoperto da un manto soffice di fogliame che ricopre antiche piazzole circolari, utilizzate nella prima metà del Novecento per la produzione del carbone con legname principalmente di faggio o cerro, mentre alle quote più basse si utilizzava il leccio e le altre piante di macchia mediterranea. All'improvviso e in modo sorprendente davanti a noi si apre il vuoto. Speroni di rocce a strapiombo si affacciano sulla profonda e ampia valle Pantagnoli, che ha una forma ovale chiusa a sud fra la piramide irregolare del monte Tortòra e di fronte l'ampio e ripido crinale della Carpineta che si conclude nel vasto altopiano di Carrola. In basso fra le due alte montagne s'incunea il fiume Argentino con il suo letto sinuoso scavato fra ripide e alte pareti, con un dislivello di centinaia di metri. La valle Pantagnoli si restringe congiungendosi alla località Golfo della Serra in direzione est, dove trova il suo limite naturale nel canale Deo Gratias che raccoglie le acque del bacino imbrifero che trae origine dalla cima Deo Gratias a oltre 1400 metri di altitudine, i Crivi di Mangiacaniglia, Corno Mozzo, Piano del Carpino e il versante sud del Palanuda e termina con una affascinante cascata spumeggiante che si tuffa nel fiume Argentino.
Lo scenario ci presenta le alte montagne che sembrano congiungersi e confondersi nel mare verde dei boschi, lasciando distinguere a stento il canyon scavato fra le rocce dall'incessante lavorio delle acque del fiume Argentino, che a tratti scompare fino all'imbuto di Marepiccolo dove le valli si aprono di nuovo per raccogliere le acque della Fiumarella di Tavolara e della Fiumarella di Rossale. Uno spettacolo della natura unico e irripetibile, complicato anche da raccontare (VIDEO).
Piano del Carpino e i Giganti del Palanuda
L'antico tratturo lambisce il precipizio che si affaccia nel vuoto mentre il vento fresco e rinfrancante sale dalla valle, è il respiro e la voce del fiume che continua a scorrere instancabile nel fondo a oltre mille metri di dislivello.
Ma affacciandoci dagli speroni rocciosi che fanno da corona alla valle del fiume Argentino, ci sorprende l'incontro inatteso con un altro signore delle cime e dominatore delle rocce più scoscese e inaccessibili: è il pino Loricato, vero fossile vivente che cresce maestoso, abbarbicato alle pareti, quasi a voler rivendicare la sua eterna lotta contro la furia del vento pungente e le bufere di pioggia e di neve. Esemplari che popolano i dirupi a partire dalle creste di Tortòra fino ai Crivi di Mangiacaniglia, Corno Mozzo e Timpone Fornelli; dei quali si ha modo di conoscere e apprezzare la vera maestosità incontrandoli sui ciglioni della località Piano del Carpino, dove sono stati giustamente battezzati come i "Giganti del Palanuda".
Ma accanto a questi giganti plurisecolari, poco più distante nel piano si erge un monumentale faggio che racconta le storie di generazioni di boscaioli, pastori, contadini e viandanti che lo hanno conosciuto, lo hanno visto crescere e diventare adulto e quasi sacro e inviolabile, forse proprio perché porta inciso sulla sua corteccia una data, il 6 gennaio 1962 e un elenco di nomi, alcuni puntati, di persone che sono rimaste lì idealmente a vigilare su questo autentico totem della memoria che anche noi abbiamo voluto salutare (VIDEO).
Dai Crivi di Mangiacaniglia a Deo Gratias e monte Palanuda
Dopo le piacevolezze godute, protetti dai giganti del Piano del Carpino, vero e proprio "locus amoenus", il nostro sentiero riprende a salire in modo quasi repentino e ci porta con non poca fatica ai piedi del Monte Palanuda, al cuore dei Crivi di Mangiacaniglia, nel regno del pino Loricato. Solo una breve pausa per rifiatare e prendere un boccone, senza rinunciare a un buon bicchiere di vino, il cui peso diminuisce man mano che si procede una tappa dopo l'altra, prima di affrontare il tratto forse più impegnativo del sentiero che ci porterà a riscoprire ed ammirare i luoghi più selvaggi e inaccessibili dei Crivi di Mangiacaniglia. Mentre da una piccola radura si intravede in lontananza un piccolo dettaglio del paese di Orsomarso, risaliamo quello che, alcuni decenni fa, era un sentiero molto battuto da uomini e animali, che costeggiava il ciglio degli strapiombi e canaloni mozzafiato, dai quali emergono le fustaie perpendicolari di pini loricati che sembra abbiano raccolto il testimone dei loro antenati, ridotti ormai in grandi scheletri bianchi che tuttavia sembrano voler continuare la loro epica lotta contro la furia degli elementi e l'inesorabile trascorrere del tempo.
Giungiamo così a un bivio dal quale si diparte un piccolo sentiero che svolta a sinistra, lasciando quello principale che a breve scollinerà in direzione della sottostante cima di Corno Mozzo e la vallata Fornelli e Pietra Campanara. Dopo una mezzoretta di cammino in equilibrio precario, a causa delle dimensioni estremamente ridotte del viottolo, giungiamo allo storico, misterioso e fortemente evocativo valico di Deo Gratias, che apre al viandante le immense vallate di Fornelli, Pietra Campanara, Valle Italiana, Mare Piccolo, Rossale e Tavolara. Uno scavallamento al quale si giunge dopo aver percorso un tratto ripidissimo del sentiero, da un versante e dall'altro, che in una breve distanza affronta un dislivello di circa 300 metri.
Ma il nostro percorso ci porta a dover affrontare l'ultima asperità della giornata, la salita che ci porterà sulla cima del monte Palanuda a 1632 metri, quindi, altri 300 metri di dislivello che si potrebbero coprire in mezzora, ma dopo circa cinque ore di cammino la fatica si fa sentire e le forze cominciano a mancare. Tuttavia e nonostante tutto, sentiamo che l'obiettivo è vicino e ogni tanto riusciamo a intravederlo fra la vegetazione di faggi che sembrano anch'essi portare i segni dei rigori degli inverni che ne hanno reso i tronchi tortuosi e nodosi a causa delle lunghe notti gelate. Qualcuno del gruppo comincia a lamentarsi ad alta voce e segna il passo, altri soffrono in silenzio, ma tutti non sono disposti a fermarsi, rinunciando all'impresa, che viene portata a termine in modo onorevole.
Giunti sulla vetta, al posto della fatica subentra un senso di meraviglia e gioioso sbigottimento, per lo scenario che abbiamo di fronte, da qualsiasi parte ci volgiamo a guardare verso l'orizzonte. A nord, oltre l'altopiano di Campotenese attraversato dal serpentone dell'autostrada, si erge l'enorme mole del massiccio del Pollino, con le cime tutte superiori a quota 2000 metri, a sinistra i centri abitati di Mormanno, Rotonda, Viggianello, Laino, Rotonda e Castelluccio nella valle del Mercure. Seguono a ovest il Sirino e le altre montagne lucane con accanto la catena cilentana chiusa da capo Palinuro e la distesa dorata del mar Tirreno che occupa la prospettiva sud. Qui si possono distinguere tutti i paesi della Riviera dei Cedri che occupano lo spazio pianeggiante ai piedi dei monti e le aree collinari che digradano verso di essa. In direzione sud ammiriamo la lunga catena appeninica dal Cozzo del Pellegrino alla Mula, Monte la Caccia e la Montea, poi il Passo dello Scalone e in fondo il monte Cocuzzo, che fa tutt'uno all'orizzonte con il massiccio della Sila, che si staglia nella foschia densa del primo pomeriggio e digrada a est verso l'alto Ionio, che riusciamo a cogliere all'orizzonte oltre la cima del Caramolo in territorio di Saracena.
Sembra trovarsi su una vera e propria finestra sul mondo, dalla quale si può scrutare e cogliere la grande varietà di paesaggi sempre diversi e originali, modellati dall'azione antropica e prima ancora da quella degli eventi naturali. Il gruppo si rilassa nell'abbraccio rinfrancante del sole e della fresca brezza marina, mentre ci concediamo qualche breve riflessione sul tema. (VIDEO)
Continuiamo nel frattempo ad ammirare ancora una volta l'intero sviluppo della Valle del fiume Argentino: Tavolara, Principessa, Valle Italiana, Mare Piccolo, Timpone Fornelli e Pietra Campanare, Deo Gratias sotto di noi, Carrola, Ficara, Falaschere, Fruttuoso, Mezzinare, Serra Cristodero, Serra la Limpida, Scorpari, Serra Bonangelo che, insieme alla collina dell'Olivaro, chiude a Sud la vallata dove sorge Orsomarso, lasciando soltanto un varco per il passaggio del fiume Argentino e il suo allegro scorrere verso il fiume Lao, nel quale confluisce fra le contrade pianeggianti Molina e Cotura.
La pausa serve anche per rifocillarci con varie specialità domestiche che ogni componente tira fuori dal proprio zaino. Pomodori, pesche, pane, salsiccia e tanto altro ancora, che condividiamo insieme all'ultima bottiglia di vino, custodita gelosamente durante la salita, per gustarla anche a queste altezze come brindisi beneaugurante.
La lunga discesa verso il Piano di Cambio
Terminato questo rito che consolida l'unità del gruppo, iniziamo i preparativi per riprendere il nostro viaggio verso il campo base di Fonte Acqua la Pietra. Una lunga discesa che possiamo individuare davanti a noi e che da quota 1632 ci porterà a 1042 metri. Lasciata la seconda delle due gobbe completamente spoglie di alberi della cima del Palanuda, giunti all'avvallamento centrale entriamo nella faggeta che all'inizio si presenta piuttosto intricata e bassa. La discesa non è per niente agevole, sia per l'eccessiva pendenza del sentiero che a malapena riusciamo a distinguere fra le concrezioni carsiche del terreno. Man mano che digradiamo ritroviamo lunghi e pittoreschi avvallamenti e profonde doline ricoperte da un mantello spesso di foglie, immerse nella faggeta che è tornata ad essere alta e rigogliosa. Gli esperti presenti nel nostro gruppo constatano che questa è una zona di funghi porcini che spunteranno abbondanti non appena la pioggia e le condizioni climatiche lo consentiranno.
Dopo una buona mezzora la discesa comincia a diventare meno ripida, superato un gruppo di rocce seminascoste dalle foglie, il nostro sentiero s'immette in quello principale che avevamo già tagliato in cima al valico di Deo Gratias. Mentre osserviamo l'affascinante spettacolo di una grande e profonda dolina al lato dell'antico tratturo, ci rendiamo conto che stiamo per giungere al Piano di Cambio, la grande conca circondata dalla faggeta e immersa in un silenzio rotto dai richiami degli uccelli e dal frusciare secco e cadenzato di cicale e grilli.
Un posto riservato da fiaba che accoglie e sembra voglia trattenerti con la sua ammaliante magia (VIDEO).
Oltre il Rifugio Conte Orlando a la Fonte Acqua la Pietra, lo spettacolo del tramonto sul mare
Il sentiero principale si snoda per lo più fra boschi e radure, dove crescono fra felci, arbusti e rigogliosi alberi di agrifoglio, distese di lamponi i cui frutti sono maturi e profumati, la fatica delle lunghe salite e della ripida discesa si fa sentire soprattutto sulle ginocchia, ormai indolenzite, mentre tutti i movimenti del corpo sono rallentati e misurati. Ma ormai la meta è prossima, giungiamo al punto in cui stamattina avevamo lasciato il sentiero principale, per inoltrarci alla volta dell'ampio massiccio delle Falaschere. È il segnale che siamo prossimi al Rifugio Conte Orlando, che scorgiamo in tutta la sua austera struttura uscendo dal folto della faggeta. Tutti lanciano un respiro di sollievo e sembrano non curarsi più della stanchezza e della fatica che resta ancora da fare per raggiungere la fonte Acqua la Pietra, nella vallata sottostante, ormai immersa nell'ombra del tardo pomeriggio. La raggiungiamo con calma prendendoci tutto il tempo, dando un'occhiata, un'ultima volta, alla splendida montagna nella quale oggi ci siamo immersi, respirando i profumi e gustando il sapore della grande bellezza.
Ma un'ultima sorpresa ci attende durante il tragitto di ritorno in macchina verso Orsomarso. Una volta lasciato gli avvallamenti carsici e raggiunto il valico delle Scalette, si apre davanti a noi lo scenario del mar Tirreno che comincia a colorarsi di rosso, in preparazione di un nuovo e memorabile tramonto, che avvolgerà con pennellate di luci e ombre l'intero comprensorio della Riviera dei cedri, ormai entrato nel vortice caotico della stagione estiva.