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24/10/2014
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Approfondimenti: La Nascita. Il fascino senza tempo del miracolo della vita

"In nome del padre"
inaugura il segno di croce.
In nome della madre
s'inaugura la vita" (Erri De Luca)

La nascita è l'argomento che modestamente mi accingo ad approfondire in questo consueto appuntamento con Abystron. Ci stiamo per avvicinare al Natale e mi sembra un bel modo lieto, delicato e solenne per prepararci all'attesa della nascita di Gesù Bambino. A Orsomarso si partoriva in casa credo fino alla fine degli anni Sessanta. Ho sempre ammirato e apprezzato quei momenti vissuti al Paese. Spesso mi soffermo a pensare a quanto era bello e interessante poter partorire fra le mura domestiche ed essere attorniata dalle persone care per un evento così grande e significativo nella vita di una donna. Per noi piccoli di allora, il momento della nascita era un grande mistero. Quando la mamma doveva partorire andavamo ospiti dai parenti, al rientro trovavamo un fratellino o una sorellina e ci interrogavamo da dove arrivasse questo nuovo bambino. Tuttavia, man mano che crescevamo, attraverso il passa parola di quelli più grandi di noi, scoprivamo il grande arcano. Dunque una sensazione magica ci pervadeva e ci accompagnava per gran parte della nostra fanciullezza. Rispetto ai tempi passati, oggi mi sembra che la gravidanza sia interpretata come una malattia da curare, un momento più intimo che sociale. Allora no. Nei miei ricordi, le donne continuavano a lavorare magari fino al giorno prima del parto. Erano le due consuocere, un'amica del cuore o una parente più intima assieme all'ostetrica che aiutavano e assistevano al parto. Il dottore interveniva solo nei casi di necessità per qualche complicazione. Quando ancora non c'era l'ostetrica, c'era la "mammana", una donna molto esperta che aiutava le donne a partorire. C'era insomma una "rete" di donne pronte a prendersi cura della partoriente, l'aspetto sociale della nascita si caratterizzava di rituali e di gesti sacri, alle volte anche un po' superstiziosi.
Dopo aver partorito, la puerpera stava a letto con a fianco il suo piccolino appena nato. Mi piaceva molto questa idea di distacco lento fra madre e figlio, e credo che sia stato un grande privilegio per le mamme di allora poter godere di questo momento di assoluta intimità con la propria creatura. Appena nato, il bimbo veniva avvolto nelle fasce fino a sotto le ascelle da sembrare quasi un "salame". Al posto dei pannolini usa-e-getta si usavano dei grandi pannolini di stoffa "fasciatùri" che erano di cotone per l'estate, e, felpati, per l'inverno. Il camicino "juppuniddu" stava al posto dell'attuale body, in testa il bebè portava una cuffietta rosa o celeste a seconda del sesso. Per le famiglie più abbienti c'era la culla in legno o altrimenti una grossa cesta in vimini chiamata "u spurtùnu" che, legata a una trave del soffitto, veniva dondolata per addormentare il bimbo. La cesta aveva vari utilizzi tra cui il trasporto del bebè quando si andava in campagna a coltivare la terra. Il bambino, una volta più grandicello, dormiva con i genitori o con i fratelli.
Certe volte per celebrare la nascita del primo bambino maschio della famiglia venivano sparati tre colpi di fucile in aria. Dopo il lieto evento parenti e amici si recavano a far visita portando in dono dolci e cibo nutriente per la mamma, nonché capi di abbigliamento per arricchire il corredino del neonato. Per fare il buon augurio, in italiano diremmo per dare il benvenuto alla vita, i familiari offrivano da bere liquori fatti in casa (nei miei ricordi era il millefiori) e pasticcini secchi a tutti gli ospiti. Gli auguri e le felicitazioni più belli che mi ricordo erano "voji cresci riccu e cundendu comi ti risija mamma tuja" e anche "voji cambà cend'anni e cu a bona saluta". Anche i neo papà facevano festa e nelle cantine offrivano da bere agli amici e capitava che a volte esageravano un po' e diventavano alticci. Ma anche questo faceva parte della grande partecipazione e condivisione sociale alla gioia.
Al primo pasto della neo mamma veniva offerto brodo di gallina, a quelle più fortunate brodo di colombo. Si diceva che favorisse la montata lattea. Sempre per la montata lattea, da una ricerca che ho fatto intervistando una decina di donne orsomarsesi, anziane ma ancora in vita, ho scoperto che per una maggiore produzione di latte, alla povera mamma (a sua insaputa) veniva dato da mangiare insieme al brodo anche un piccolo pezzetto della sua placenta. Probabilmente era una pratica molto diffusa nell'Italia Meridionale poiché ho avuto riscontro di quanto raccontato dalle donne intervistate, anche nel suggestivo libro di Ernesto de Martino, Sud e Magia (che consiglio vivamente a tutti). Dalla mia brevissima e inesperta ricerca, sono però emerse tante pratiche di superstizione come anello di congiunzione tra sacro e profano ... ma questo è un altro argomento che affronterò in futuro e che mi ha molto affascinato.

Tornando al nostro tema, per una decina di giorni, l'ostetrica "a levatrìcia" si recava a far visita a mamma e bambino per sincerarsi che la fase post partum procedesse nel migliore dei modi, occupandosi inoltre dell'igiene personale sia della mamma che del neonato. Oggi tutto questo non esiste più ed è un peccato poiché immagino sia stata una bella esperienza di rapporto non solo di fiducia ma anche di scambio di fisicità, di corporeità del prendersi cura. Attraverso i gesti dell'ostetrica, la neo-mamma apprendeva come prendersi cura del bebè. In ospedale tutto questo non avviene, poiché al massimo, dopo due giorni dal parto, la neo mamma si dovrà arrangiare da sola e chi si è visto si è visto. Ad occuparsi dell'andamento e della gestione della casa erano le nonne, in particolare quella materna che si occupava anche degli altri bambini della famiglia.

Il nome del bambino era una cosa importante, si seguiva una gerarchia dove credo che nessuno potesse opporsi, prima era il nome del nonno o nonna paterni e via via fino agli zii, se i figli erano più di quattro (e di solito lo erano). Per almeno 40 giorni (se non ricordo male) il bambino non veniva esposto alla luce, e non si poteva toccare la testina, soprattutto la fontanella, poiché era aperta e delicata (mi piacerebbe sapere da qualche lettore/lettrice qualche notizia in più su questo). Al polso del neonato veniva messo un nastrino nero con medagliette di santi, ciondoli vari, tipo un cornino e una manina con due dita per proteggerlo dalle persone invidiose.
Il bambino veniva allattato rigorosamente al seno e mai davanti a persone che la mamma non riteneva "per bene". Poteva capitare che alla mamma venisse la mastite, allora si ricorreva alla foglia di cavolo nero scaldata e ammorbidita con un po' d'olio e applicata sul seno, l'effetto benevolo era immediato o al massimo dopo due ore dall'applicazione. Anche questo rimedio mi è stato riferito dalle donne intervistate. In mancanza di latte materno c'era sempre qualche brava donna che a sua volta aveva appena partorito e che aveva latte in abbondanza, il superfluo lo offriva allattando personalmente un altro bambino bisognoso. Queste erano definite "mamme di latte" e i bambini cresciuti grazie al loro latte, le rispettavano e le stimavano come se fossero delle "seconde madri".

Quando il bambino piangeva per le coliche si rimediava dando da bere infuso di camomilla e alloro in una bottiglietta di vetro con una tettarella in lattice. Non mi ricordo ci fossero i biberon. Se il mal di pancia non passava, il neonato veniva messo a pancia in giù e massaggiato facendo dei segni di croce recitando questa breve preghiera: "a rogghia: quannu Giasù Cristu java pi vija, java circhènnu minnichìja, u maritu ni ràva, a mugghièra nu bbulìja, pagghia sutta, sarimindi a capù rogghia ri vendra ti sija passàta".
Traduzione in italiano:
Quando Gesù Cristo peregrinava (in incognito), camminava per il mondo chiedendo l'elemosina, si fermò presso una famiglia e chiese ospitalità per una notte, il marito fu gentile ma la moglie no. Così durante la notte la donna fu colpita da forti dolori alla pancia. Gesù vedendola soffrire ebbe compassione e disse che Lui sapeva come farla guarire. Recitò questa formula ad alta voce. La donna capì che aveva sbagliato si scusò e si penti. Fu cosi che le passò il mal di pancia.

Mia nonna Teresina me l'aveva insegnata e io l'ho sperimentata sia con la mia bambina che con tutti i bambini nel corso della mia esperienza lavorativa da baby sitter. Sarà stato per il massaggio o per la potenza della formula, non so, però assicuro che, nella maggior parte dei casi, il risultato è stato stupefacente: i bambini smettevano di piangere e il mal di pancia spariva. Poteva succedere che a volte il bambino si ammalava gravemente, in quel caso oltre alle cure mediche la mamma invocava San Francesco di Paola per farlo guarire. In segno di riconoscenza e ringraziamento la mamma si recava in pellegrinaggio al Santuario di Paola portando con sé il bambino guarito e vestito con il saio fatto cucire apposta per quell'occasione, chiamato "l'abbatiddu".
Per favorire la dentizione e lenire il dolore veniva applicato sulle gengive il miele. Invece per calmare il piccolino da pianti insistenti al posto del ciuccio che non c'era ancora, gli veniva dato la "pupuledda ri zucchiru" che consisteva in un pezzo di stoffa leggera tipo garza con all'interno dello zucchero. Invece per togliere la crosta lattea che si formava in testa del neonato i rimedi erano diversi, quello più efficace era un batuffolo di cotone imbevuto nel latte materno con alcune gocce di camomilla e olio di oliva, strofinato delicatamente sulla testina del neonato, anche questo rimedio mi è stato riferito dalle meravigliose donne che ho intervistato.

Tra il sesto e il settimo mese il bambino non veniva più fasciato e si passava alla vestizione (secondo me era proprio un rito) con vestine per le bimbe e pantaloncini e camicine per il maschietto. Per i maschietti i pantaloncini erano aperti in mezzo in modo da poter permettere più liberamente l'evacuazione. Alle bimbe venivano anche praticati i fori ai lobi delle orecchie per poter mettere gli orecchini d'oro. Mi ricordo i pianti delle bambine che a causa dell'ago adoperato per i fori e magari non disinfettato in modo appropriato provocava infezioni ai lobi con febbre, dolore e pus. Lo svezzamento, avveniva in modo graduale e il primo cibo che il bimbo cominciava a mangiare era il pan cotto, seguito dalla pastina in brodo per un breve periodo, perché già al compimento del primo anno il bambino mangiava tutto ciò che mangiavano gli adulti. Continuava a bere il latte se la mamma lo produceva, oppure si passava al latte o condensato o quello di origine animale. Ricordo ancora alcune donne che alla mattina presto con una grossa cesta sulla testa passavano per le case per distribuire le bottiglie di latte, ritirando quelle vuote del giorno prima (allora c'era il vuoto a rendere, adesso il vuoto a perdere).
Il padrino e la madrina del primo figlio di solito erano "i cumpari d'anello". Se non ricordo male i genitori non andavano in chiesa per la cerimonia, e da piccola mi sono sempre chiesta a cosa servisse il limone con l'asciugamano, in seguito mi hanno spiegato che il limone serviva al sacerdote per lavarsi e l'asciugamano serviva per asciugare la testina e le mani del celebrante. Sarà vero? Non lo so. Anzi invito anche voi lettori a scoprirlo. Non si badava molto alla festa, ciò che contava era il rito sacro del battesimo. Infatti in caso di pericolo di vita il bambino veniva battezzato in fretta e furia e la madrina e padrino in quel caso poteva essere chiunque. Con la madrina e padrino si diventava "sangiuvanni" e comara e compare in occasione delle grandi feste si recavano a casa del figlioccio per portargli un regalo, che i genitori ricambiavano a loro volta con un regalo ai padrini e alle madrine.
Quando il bambino cominciava a stare in piedi veniva messo in una specie di box di legno "ndu carruzzu", grande quanto una sedia. Agli starnuti del bambino gli adulti rispondevano (e forse dicono ancora) "Cresci santu", ai rigurgiti e ai ruttini, "zucchiru". Per farlo addormentare la mamma cantava una ninna nanna che aveva imparato a sua volta dalle persone più anziane, con parole delicate che a volte, però, inventava al momento. Lo cullava stringendolo al petto, seduta su una sedia impagliata di legno, andando avanti e indietro dandosi un ritmo quasi musicale.
Quando i bambini avevano i vermi (la tenia), gli facevano portare per una notte intera una collana di spicchi di aglio legata al collo.
Nel fare un complimento a un bambino piccolo, si diceva sempre "abbìnirìca". Esempio: "Come cresce bene o come mangia tanto, "Abbìnirìca"! Quando si parlava di un bambino piccolo con molta tenerezza si diceva: "Jhàtarìddu , jhàtu mìju e bellu ri mamma".
La protettrice delle partorienti è Sant'Anna, ma al momento del parto viene invocato anche San Leonardo (di Noblac, confessore del re dei Franchi Clodoveo e che aveva da questi ricevuto la facoltà di liberare i prigionieri che avesse incontrato e ritenuto innocenti).
A una mamma incinta non deve mancare e non si deve negare niente da mangiare, ogni suo desiderio deve essere esaudito altrimenti il bimbo può nascere con le voglie e se il desiderio in quel momento non può essere esaudito, viene consigliato alla mamma di toccarsi una parte del corpo coperta, di solito sul sedere, per evitare che questo lasci un segno sul bimbo. Il segno lasciato da un desiderio non esaudito si chiama "gulìja" (voglia). Il biberon si chiamava "zucaròla", la cuffietta "cuppuledda", il bavaglino "vavùsa", i padrini "parrini".
Molti sono i detti orsomarsesi sui figli, due mi piacciono particolarmente e recitano così: "Ogni figghiu muccusiddu piaciri alla mammicedda" (Alla mamma piace ogni figlio mocciosetto) e anche "Figghiciddi guajiciddi, figghi grussi guaji grussi" (figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi), ma quello che per me è molto significativo rispetto a un certo modello di educazione è il seguente: "I figghi si vasini quannu ròrmini". Cerco di darne una mia interpretazione: "I genitori baciano i figli quando dormono" che per me significa dimostrare l'affetto solo nell'inconsapevolezza del bambino, ossia, mantenere uno status autorevole che non si abbandonava a coccole ed effusioni. Solo così era possibile farsi rispettare e ubbidire. Ma ovviamente questa è una mia interpretazione, può darsi che ce ne siano altre.
Ricordo che quando eravamo stanchi e annoiati i nostri genitori ci mandavano dai vicini di casa che, in accordo tra loro, dovevano darci "u ndartènu", qui a Milano lo chiamano "l'acchiappa citrulli".
A Orsomarso, dal 1993, quando nasce un bambino viene piantato un albero e sulla targhetta viene messo sia il nome del bimbo che quello della pianta. Trovo questo gesto simbolicamente molto bello e interessante oltre che educativo, la pianta e il bambino cresceranno insieme, il bimbo comincerà già da piccolo ad amare e rispettare la natura.
Alla fine di questo contributo, desidero ringraziare mio marito Peppino per l'aiuto e per il supporto amorevole nel condividere i ricordi della nostra infanzia. Mi piace l'idea di salutare tutti con la preghiera che spesso - da bambini - ci facevano recitare prima di andare a letto: "Ji mi curcu e nnu mi mbàvuru, a capu a mmija c'è San Pavulu, a peri Santu Micheli, mminza a casa l'angilu spasu, mmùcca a porta l'angilu forti, mmìnza a vija a Vergini Maria, bonanotti e putreggimi tu Maronna mija". Dopo questa preghiera ci sentivamo molto rasserenati, protetti e pronti per fare sonni tranquilli.

Approfondimenti:
Oltre al già citato "Sud e magia" di Ernesto De Martino, visto che ci avviciniamo al Natale, vi segnalo "In nome della Madre" di Erri de Luca. Un libro a mio parere interessante in quanto parla di amore, di fede e del mistero della nascita di Cristo raccontato dalla madre Maria.

Buon Natale e Buona Ri-Nascita a Tutti.

Lucia Santelli
15/12/2010
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2 commenti.

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La Madonna del Soccorso (Affresco Chiesa S. Giovanni Battista Orsomarso)
La Madonna del Soccorso (Affresco Chiesa S. Giovanni Battista Orsomarso)