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Approfondimenti: morte e ritualità ieri e oggi

di Lucia Santelli

Immagino che tante persone quando leggeranno questo argomento faranno i dovuti scongiuri ... e ci può stare. Quando il Prof. Pio Sangiovanni (direttore dell'associazione Abystron) mi ha chiesto di curare una rubrica di approfondimento sul sito ne sono rimasta molto colpita. Ho cercato nei cassetti della mia memoria e ho trovato i ricordi che più mi hanno formato nella mia crescita: ricordi legati a riflessioni e ricerche interiori.
Per questo motivo, ho deciso di aprire questa rubrica con un argomento un po' particolare: il rito e la sacralità della morte.
Per noi cristiani la morte è un passaggio a nuova vita. Mi ha sempre affascinato questa idea di passaggio e di nuova vita, perché in fondo, vivendo per tanti anni in una città come Milano, ho avuto modo di vivere diversi passaggi e di confrontare le mie due "culture": quella di provenienza (orsomarsese) e quella di adozione (milanese).

A Orsomarso quando una persona sta per passare a miglior vita è attorniata dalle persone care. A cominciare dalle persone del vicinato, ai parenti che si stringono intorno, fino a tutta la comunità che partecipa all'evento. Anche se a volte può sembrare un modo invadente di esserci, ma da fuori, si ha l'impressione di una grande partecipazione. Si può dire che la persona non muore in solitudine, ma sente le persone che parlano o i bambini che giocano dando segno che la vita continua. Noi - bambini di allora - non avevamo paura dei morti, eravamo abituati a vederli nella bara, a sentire i parenti piangere. Mi ricordo di questo accompagnamento alla morte anche fatto da persone estranee alla famiglia, ma che magari erano più coraggiose, più forti, più solide nell'atto di stringere la mano alla persona che agonizzava oppure nel gesto di bagnare le labbra del moribondo stando sempre al capezzale del letto.

Adesso ci sono le imprese di pompe funebri che pensano a tutto, ma allora erano parenti e amici a ricomporre la salma e prepararla, lavandola e vestendola. Imbottivano la bara con le coperte e gli indumenti coprendo il tutto con un lenzuolo bianco ricamato e conservato apposta per questo evento. Non potevano mancare le scarpe che dovevano essere rigorosamente nuove. Dopo aver messo una corona del rosario in mano si concludeva il percorso rituale mettendo una moneta in tasca e un pezzo di pane. L'idea era un po' questa: la moneta serviva all'anima del defunto per pagare il pedaggio del traghettatore che lo portava nell'aldilà e il pezzo di pane per distrarre il cane che impediva il passaggio. Quando tutto era pronto, la bara veniva sistemata al centro della casa con i piedi in direzione della porta d'ingresso e le sedie posizionate tutte intorno alla stanza. Man mano che si spargeva la voce del decesso, iniziavano le visite di parenti, di amici e poi di tutta la comunità intera. I parenti più stretti piangevano e facevano le prefiche che erano una specie di litanie e di lamenti che lodavano e raccontavano tutto il passato e le cose fatte in vita dal morto. I pianti e gli urli per il dolore della perdita della persona cara erano lancinanti e straziavano il cuore di chiunque passasse lì intorno.

Gli anziani mi dicevano che a volte le persone venivano pagate per fare le prefiche (possiamo immaginare il perché) infatti a volte a seconda dell'importanza del defunto si sentivano anche tre rintocchi di campana a morto. Fino al momento del funerale si vegliava e si pregava. I parenti non venivano mai lasciati senza cibo e soli neanche di notte. Parenti e amici si prodigavano a confortare ad assistere i familiari. La cerimonia funebre iniziava con il sacerdote che andava a casa per la benedizione e le campane che suonavano annunciando a tutto il paese la morte di un compaesano: tutto il paese si fermava; nessuno nel vicinato accendeva radio e televisione, le saracinesche dei negozi e delle botteghe si abbassavano in segno di rispetto. La bara veniva portata in spalla. Le corone erano in ferro battuto e venivano noleggiate, i bambini che le portavano in corteo, al momento della restituzione, prendevano la mancia. Se il morto era un giovane o un benestante o entrambe le cose, c'erano le corone fatte con rami di palme o rami di ulivo addobbati con fiori di carta e a volte con fiori freschi.
Dopo la cerimonia funebre, il feretro veniva accompagnato in corteo fino alla Croce (per Orsomarso, qui finiva il centro abitato quarant'anni fa) dopo l'ultimo saluto si tornava a casa. Era lì che i parenti ricevevano le condoglianze. Il lutto durava tre giorni. Tenere il lutto voleva dire per i bambini non andare a scuola e per gli adulti non andare a lavorare o andare nei campi, ma anche non cucinare. Per le greggi e per gli animali da accudire c'era sempre una brava persona che ci pensava.
Man mano che le persone sfilavano davanti ai parenti per le condoglianze tornavano rigorosamente nelle proprie case, non si fermavano e non potevano entrare in nessun altro posto, era "malaguriu", il lutto ognuno se lo portava a casa propria. Sempre per i tre giorni del lutto parenti e amici (a volte per ricambiare la cortesia) si alternavano nella preparazione del cibo che veniva portato a pranzo e a cena. Alla porta veniva messa una fascia nera, per gli uomini era d'obbligo indossare o la cravatta, o un bottone o la fascia nera al braccio e non si radevano la barba per quindici giorni. Le donne si vestivano di nero dalla testa ai piedi, a volte foderavano persino gli orecchini di nero. Anche le bambine a volte portavano il lutto. La durata dell'essere in lutto poteva variare dai sei mesi in su a seconda del grado di parentela. A volte poteva durare tutta la vita. Ricordo mia nonna, rimasta vedova giovanissima che a 80 anni diceva ancora di essere in lutto.

Solo dopo la messa che veniva celebrata al terzo giorno, la famiglia poteva iniziare tutte le attività. Sempre al terzo giorno dalla morte, in una stanza veniva messo un catino con l'acqua, un pezzo di sapone e un asciugamano. L'anima del morto durante la notte visitava la casa si lavava e si prendeva "u scorda munnu", in poche parole si licenziava dal mondo. Ci si accorgeva se tutto ciò era avvenuto dall'acqua torbida.

Dal quel momento in poi, ogni volta che si nomina una persona che non c'è più prima di dire il suo nome si dice "rekya l'anima suja o a bunarma ... o saluta a nnuji e paravisu a jiddu". Difficilmente si parla male e se lo si fa si aggiunge "stissa mparavisu" ... "si s'ha miritatu".
La settimana che precedeva la commemorazione dei defunti, ogni mattina, all'alba veniva celebrata la messa. Il 2 novembre, per tutto il giorno, suonava la campana a morto intervallata dai brevi ritmati rintocchi che significavano "viniti viniti viniti, purtati purtati purtati" ("venite, venite, venite, portate, portate, portate"). Tutte le famiglie andavano in chiesa a portare qualcosa per l'anima dei morti. In sagrestia si trovavano mucchi di fagioli, fave, noci, castagne, mais, grano e olio per alimentare la lampada del tabernacolo. La giornata si concludeva con la visita al cimitero portando i lumini e i crisantemi di produzione propria (fjjuri ri murti). Alcuni di questi gesti certamente vengono ancora fatti, altri non so, sono anni ormai che non mi trovo ad Orsomarso in quel periodo dell'anno.
Posso dire però che quando mi capita di andare ad un funerale qui a Milano mi viene molto da riflettere e penso alla sacralità che qui ormai non c'è più o è più nascosta. Se mi capita di vedere un corteo funebre, mi soffermo e come minimo mi faccio un segno di croce e recito l'Eterno riposo, ma tutto intorno scorre, i negozi sono aperti e la gente indaffarata fa la spesa, le macchine circolano, le sirene delle ambulanze e della polizia rimbombano. Mi sembra che tutto si svolga nell'indifferenza totale o almeno è questo ciò che io percepisco. Ricordo i primi anni che abitavo qua ed era morta una persona del mio palazzo che noi ragazzi (meridionali) chiamavamo nonna. La sera, dopo essere tornata dall'ufficio e appresa la notizia, andai a far visita: bussai alla porta e venne ad aprirmi sua figlia, con i bigodini in testa. Dal soggiorno si vedeva il marito che guardava tranquillamente la televisione. La bara era chiusa nella stanzetta senza che ci fosse alcuno a pregare: la figlia non mi fece entrare, rinviò all'indomani il momento dell'estremo saluto.
Ricordo anche quella volta che andai a fare le condoglianze alla mia collega di ufficio per la scomparsa del padre che dopo i saluti mi chiese se volevo un caffè. Questo mi sorprese, perché secondo le nostre usanze la persona che sono in lutto non offrono da bere a chi va a fare visita ma caso mai è il contrario.

Ora qui per i funerali ci si ritrova direttamente in chiesa, per evitare intralci al traffico e chiacchiericcio durante il corteo. Quando è morta la mia vicina di casa, ho appreso la notizia dall'epigrafe in portineria. Per la mancanza di una persona cara, il dolore è dolore a qualsiasi latitudine. Però qui al nord mi aveva molto colpito la compostezza e la freddezza dei gesti nell'affrontare la morte.

Questi sono i ricordi che io ho e non è la verità assoluta. Forse oggi è tutto più sfumato e certamente anche a Orsomarso le prefiche non sono più presenti, chissà perché. Penso invece che per elaborare il lutto a volte serva dare sfogo alla disperazione anche urlando e piangendo.

E per concludere un po' di curiosità:
- la persona addetta al cimitero si chiama "sfossa murtu" e anche "cambusandàru"; la bara "tavùtu"; i cipressi "arbiri pizzuti";
- conosco un detto orsomarsese che recita così: "a chiangi u murtu su lagrimi persi";
- quando si chiede un qualcosa, un favore, un piacere o si offre qualcosa in modo caritatevole si dice "pi l'anima ri murti".
Inoltre vi segnalo un bel film da vedere, DEPARTURES del regista Yojiro Tachita (premio oscar come miglior film straniero) che tratta questo argomento nella cultura giapponese in un modo molto delicato e poetico, e un bel libro da leggere della scrittrice sarda Michela Murgia, ACCABADORA, Einaudi editore (premio Campiello).

Lucia Santelli
15/10/2010
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