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A quando un Di Vittorio nero? Oppure negro!

FATTI D'ITALIA - A quando un Di Vittorio nero? Oppure negro! Possiamo anche giocare con le parole! La nostra lingua è ricca e tollerante! Ma andiamo alla sostanza! Purché non arrivi prima Spartaco! Non so che cosa accadrà da qui ad una ventina d'anni quando i nuovi schiavi, neri o negri o gialli che siano, od anche... abbronzati, filtrando attraverso le maglie strappate delle mille leggi Bossi-Fini che verranno e che serviranno a ben poco, costituiranno una sonora maggioranza! Ci saranno ancora caporali schiavisti, immemori pronipoti di quegli "schiavi" che un Di Vittorio condusse al riscatto umano e sociale? La nemesi storica spesso è crudele e non vorrei che i nostri nipoti si trovassero domani o posdomani di fronte a realtà difficili da gestire!

Spartaco e Di Vittorio, due realtà contrapposte. Il primo è la rivolta dei disperati, armati solo della forza dei muscoli e del loro numero, pronti a diventare padroni essi stessi. Il secondo, invece, è armato di una precisa visione del mondo, sa che cosa significa il riscatto sociale, la dignità del lavoro e, soprattutto, è capace di adottare una strategia di lotta che è vincente, una strategia che le classi degli oppressi hanno appreso sulla loro pelle dopo almeno un secolo di lotte illuminate da un pensiero forte, da un'analisi della società e delle classi che la compongono! Spartaco era animato solo dalla rabbia e da una cieca volontà di riscatto. Di Vittorio, invece, "aveva studiato" - se mi è permessa questa espressione - aveva appreso il come e il perché nel corso della storia lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo costituisse il nodo cruciale del vivere insieme, anche se male, e quali ragioni socioeconomiche lo avessero reso possibile, quelle ragioni contro le quali si doveva combattere in forza di ragioni ben diverse! A fronte di questo insieme di cose, su cui occorrerebbe una riflessione ben più approfondita di questa nota, Spartaco perdette e Di Vittorio no! E gli spartachisti, oltre seimila - non quelli di Liebknecht e della Luxemburg - furono crocifissi per chilometri a fiancheggiare la Via Appia! Di Vittorio, invece, ha vinto! Ed è anche per quella vittoria che noi oggi abbiamo un Paese in cui certe regole di comportamento sociale sono parte di noi e sono state scritte nella Parte prima della nostra Costituzione.

Non esiste una organizzazione dei nuovi sfruttati migranti, anche perché la grande maggioranza di loro non esiste, sono anime morte, senza documenti, senza identità, clandestini, appunto, esposti alle violenze di ogni tipo, dallo sfruttamento bestiale ai dileggi e alle schioppettate. D'altra parte, chi può difendere un soggetto che non c'è, che non è neanche persona? Il nostro Piddì non ha neanche la forza di respirare, è anch'esso alla ricerca di un'identità; è incapace di farsi carico dei problemi dei nostri disoccupati, quindi è assolutamente indisponibile per occuparsi di questi nuovi disperati! I sindacati stessi sembrano non esistere! Al di là di qualche sostegno legale od aiuto materiale, sembrano incapaci di sollecitare una organizzazione che sia in grado di dare un volto, se non una forza, ai milioni di disperati di questo nuovo millennio! Tante iniziative di volontariato in favore di clandestini sono più che apprezzabili, ma... Tutto è assolutamente insufficiente e nulla sembra all'altezza della situazione, come comprenderla, come intervenire, quali concreti sostegni organizzativi, sociali, sindacali, politici - sì, politici - individuare ed apprestare.

Di Vittorio aveva un atout dalla sua parte! La sua intelligenza, le sue letture, la sua analisi del sociale! Ma soprattutto conosceva la sua gente, era parte di essa, viveva le sue sofferenze ed era capace di leggerle e di offrire ai suoi contadini le chiavi di lettura corrette! Quante rivolte contadine nella storia si sono risolte in massacri e impiccagioni?! Non è tanto importante ribellarsi, quanto sapere come muoversi, dove andare, cosa pretendere e come ottenerlo! Le rivolte contadine della storia sono sempre terminate con raccapriccianti eccidi di massa! I seimila schiavi di Spartaco crocifissi da Crasso hanno fatto scuola! Ma hanno fatto scuola anche le mille jacqueries della storia europea, i moti di Bronte che Bixio, ufficiale garibaldino, soffocò nel sangue. Le rivolte contadine guidate da Di Vittorio hanno sortito, invece, ben altri effetti! Costituiscono parte della nostra storia, della nostra cultura, del nostro stesso sentire.

Il fatto è che Di Vittorio non è nato dal nulla; alle spalle ha tutta la storia del nostro movimento operaio e contadino che, dopo l'esperienza dei fasci siciliani e del brigantaggio, perdenti per la natura stessa della protesta, ha saputo scegliere la strada di un riscatto sociale e culturale che certamente non guardava né ai Borboni né al Paparé, ma a quel Sol dell'avvenire che, anche se vagheggiato come un ideale lontano, a monte aveva una analisi attenta ed assolutamente innovativa della natura dello sfruttamento e dei rapporti tra le classi sociali. Va sottolineato, comunque, in primo luogo che i contadini guidati da Di Vittorio parlavano la stessa lingua dei loro padroni, se si può dir così, mentre i disperati di Spartaco parlavano lingue diverse anche tra di loro.

E' questa circostanza, linguistica, culturale, etnica - non uso l'aggettivo razziale, perché la razza umana è una - che rende deboli i nostri immigrati. Ecco perché si può correre il rischio che la disperazione di migliaia di immigrati, di cui moltissimi clandestini, quindi due volte "colpevoli", trovi di qui a venti anni la guida di un nuovo Spartaco, forse nativo non della Tracia, ma di qualche regione africana! E ciò indurrebbe i più, i soliti "più" di cui la storia è piena, a trovare un nuovo Crasso che liberi i nativi italiani... ed europei dalla paura di un incendio globale, per usare un aggettivo coerente con un sostantivo alla moda!

Se è vero che è il numero che fa la forza, è però anche vero che questa, nata da una semplice numero, non sia assolutamente vincente. Ma è vero che occorre prepararci a processi migratori nord-sud ed est-ovest sempre più massicci. Per queste ragioni la metafora di un Di Vittorio nero non è affatto fuor di luogo, se si vuole evitare un qualsiasi Spartaco! In altri termini, oserei pensare che un'analisi marxiana - non dico marxista per non sembrare un impenitente passsatista - dei fenomeni sociali può ancora aiutarci ad indagare ed analizzare la natura di certi fenomeni così complessi quali quelli delle migrazioni del terzo millennio e della incapacità di certi assetti statuali, quali abbiamo ereditato dal Novecento, di fronteggiarli.

Le tante ricerche, ed iniziative anche, ispirate alle tante multiculture, od interculture, di cui è piena la nostra pubblicistica, sono pannicelli caldi a fronte delle reali complessità del fenomeno migratorio e delle ricadute che si verificheranno di qui a qualche tempo quando - lo ripeto - le mille nuove leggi Bossi-Fini o di chicchessia saranno assolutamente incapaci di leggerlo, fronteggiarlo e trasformarlo in opportunità. Come una cultura non è mai una escrescenza gratuita, ma l'esito di determinati rapporti di produzione e di scambio, così fenomeni interculturali sono l'esito di intrecci ancora più profondi e complessi di tale tipo di rapporti. I quali vanno oltre certi confini cosiddetti geografico-naturali per collegarsi con fenomeni socioeconomici molto più complessi.

Analisi di questa complessità la sinistra nostrana - ma anche europea - non l'ha ancora cominciata, forse perché manca degli strumenti per farlo. Ed è impotente a comprendere la natura "materiale" di ciò che accade a Rosarno, e domani altrove in Italia e in Europa. E balbetta quando si tratta di dare interpretazioni ed offrire indicazioni. Del resto non può chiedere una "cosa" così gravosa, quando non è neanche capace di proporre propri candidati con tanto di "palle" - come si suol dire - per le prossime elezioni regionali. E' per queste ragioni che una indicazione dovrà nascere dallo stesso movimento migratorio, quando una sua avanguardia, multitetnica ovviamente, sarà in grado di proporre un Di Vittorio nero, o di altro colore! Purché sappia "leggere" e guidare la sua gente plurilingue... e che ci salvi da uno Spartaco!

E non dimentichiamo che i disperati di Rosarno e gli scioperanti di Termini Imerese hanno tutto in comune, escluso il colore della pelle. Ma qualcuno un tempo aveva gridato: proletari di tutto il mondo unitevi! Nulla di più attuale!

 

Maurizio Tiriticco
23/01/2010
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