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Escursionando la bellezza dell'Orsomarso. Note, spunti di riflessione e criticità da non trascurare

TACCUINO DI VIAGGIO - Fare una escursione in montagna, immersi nella natura incontaminata, conserva un fascino unico e irripetibile per le emozioni che porta con sé e le sensazioni forti che lascia, destinate a durare per sempre in quel personalissimo libro che è la nostra memoria. Se poi i luoghi sono diventati quasi familiari e ben noti per essere stati visitati a scadenze quasi periodiche nelle varie fasi della propria vita, allora alla meraviglia ed emozione subentrano altre riflessioni e considerazioni più profonde e articolate, riguardanti gli incontri inattesi con gli animali della foresta, dal capriolo al furtivo scoiattolo, alla diffidente lepre con i suoi predatori, al laborioso picchio nero che continua incessantemente a martellare i grandi tronchi secchi, alla regina delle rocce e del cielo, l'aquila reale, che compare improvvisa e silenziosa con i suoi volteggi ampi nell'azzurro profondo.
Ma sono le mutazioni del paesaggio, della vegetazione rigogliosa che crea scenari nuovi e cangianti che ti accolgono sorprendendoti con prospettive sempre diverse e affascinanti, che aprono anche la strada a considerazioni più profonde, ma anche molto concrete, sull'eternamente complicato rapporto uomo-natura e sulla storia dei luoghi che la presenza umana ha modificato, rimodellato e convertito alle necessità del tempo, nella sua dimensione sia sincronica che diacronica di una stagione o di una intera vita.
Una folla di pensieri, riflessioni e relative conclusioni che hanno accompagnato, in questo caldo mese di agosto, uno degli itinerari più interessanti dei monti di Orsomarso che ha come campo base il rifugio Conte Orlando, costruito nel 1902 sul confine nord del Comune di Orsomarso, e si sviluppa lungo l'antico sentiero interamente immerso nella faggeta, fino all'ampia dolina di Piano di Cambio a quota 1344 mslm, che viene attraversata longitudinalmente in direzione sud per raggiungere, dopo aver percorso altre due più piccole conche, la località Falaschere con le sue alture arrotondate ricoperte qua e là da arbusti di ginepro, intervallati da grosse pietre compatte color cenere. Da queste alture, vere e proprie balconate verso l'infinito, lo sguardo può spaziare su scenari mozzafiato: Il monte Palanuda che domina da sinistra la profondissima valle del fiume Argentino sulla quale si affacciano, precipitando quasi perpendicolarmente i crinali delle cime circostanti di Piano del Carpino, Mangiacaniglia, Corno Mozzo, Timpone Fornelli, Carrola, Carpineta, Fauzofili, Mare Piccolo, Principessa e Tavolara. Sullo sfondo, in un verde intenso che si sviluppa fino all'orizzonte senza soluzione di continuità, le foreste di latifoglie della catena costiera dell'Appennino calabrese, da monte Caramolo al Cozzo del Pellegrino, la Mula, Montea e monte La Caccia. Volgendo lo sguardo verso sud-ovest lo scenario diventa ancora più vario e affascinante nella sua vastità, con la media e bassa valle del fiume Argentino e le montagne circostanti più brulle e ricoperte di macchia mediterranea, fino alla linea costiera dell'orizzonte con gli assolati centri della Riviera dei Cedri sul mar Tirreno.
Dopo aver respirato a pieni polmoni questa pura immensità, il percorso riprende scendendo lungo il crinale per giungere al ciglio dell'ampio pianoro di Piano del Carpino che precipita verso la località Pantagnoli e Golfo della Serra, fra pareti perpendicolari lungo le quali si alzano perfettamente diritti i monumentali pini loricati, non a caso denominati Giganti del Palanuda. Il nostro percorso prosegue all'ombra fresca della faggeta che ormai domina incontrastata, con gli scenari selvaggi e vertiginosi dei Crivi di Mangiacaniglia da ammirare e contemplare in religioso silenzio. Lo stesso silenzio che ti accompagna risalendo trasversalmente in direzione nord, il sentiero che conduce a Deo Gratias, il valico per antonomasia che sotto una faggeta rigogliosa, perennemente modulata dall'allegro fruscìo del fresco vento di ponente, si apre all'ampia vallata che, al di sotto dei monti Palanuda e Scifarello si allunga verso vallone Fornelli, Pietra Campanara, Valle Italiana e le gole remote del fiume Argentino. Procedendo in direzione nord invece, in venti minuti si raggiungerà la cima del Palanuda a quota 1632 mslm, autentico terrazzo dal quale la vista può spaziare fra Ionio e Tirreno, Pollino, Cozzo del Pellegrino, monte Sirino e Cilento, Calabria, Basilicata e Campania. Una meritata sosta riposante sotto un sole potente che all'inizio non dispiace, prima di riprendere il sentiero del ritorno, immersi nella faggeta, camminando lungo un pendio a tratti ripido alternato da vallette dall'andamento sinuoso fra doline e formazioni calcaree, reso piacevole dal soffice manto di foglie ormai avviate a diventare fertile terriccio del sottobosco.
Dopo circa un'ora e mezza di viottolo, a volte agevole e a tratti quasi completamente inesistente, fatti oltre 18 mila passi e circa 14 chilometri e mezzo, per complessive 7 ore di cammino, si arriva finalmente al nostro campo base del rifugio Conte Orlando, stanchi ma pienamente gratificati dall'esperienza vissuta, ed il taccuino dei ricordi zeppo di appunti e annotazioni da approfondire e sviluppare in riflessioni più puntuali e valutazioni da condividere con quanti vorranno dedicarci una piccola parte del proprio tempo.

Taccuino
Innanzitutto il pensiero va inevitabilmente alla data del calendario, che coincide con la tragedia del Raganello di un anno fa, o con quella ancora più recente del giovane escursionista francese ritrovato senza vita in un dirupo sui monti cilentani, alle quali si potrebbero aggiungere altri innumerevoli casi di incidenti di montagna che riempiono le cronache quotidiane in ogni parte d'Italia e del mondo. Senza voler entrare nel merito dei singoli episodi, credo che qualche spunto di riflessione si debba aprirlo, a partire dalla carente e talvolta inesistente cultura della prevenzione, come la conoscenza delle elementari norme di comportamento in materia di sicurezza, che rappresentano la base imprescindibile che consente di vivere in pienezza il rapporto con la montagna e con le sue mille insidie, legate alla natura dei luoghi che, al di là delle informazioni naturalistiche e geomorfologiche raccolte in rete o su libri e riviste, spesso si percorrono per la prima volta e quindi nascondono inevitabili e inattese sorprese. Volendo escludere necessariamente la casualità e i capricci del destino, quella che normalmente viene liquidata come "fatalità", sicuramente vi è una componente decisiva legata ad atteggiamenti umani errati, superficiali o irrazionali.
Non meno decisiva è tuttavia la parte di competenza delle Istituzioni territorialmente deputate all'organizzazione, cura e manutenzione dei luoghi meta spesso del cosiddetto "turismo di massa", che di fatto si trasforma spesso in veri e propri assalti alla natura, in modi e forme assolutamente inadeguate e scorrette che deturpano e danneggiano il paesaggio e le strutture realizzate per consentirne una corretta fruizione. A volte limiti non trascurabili si riscontrano nella parte che riguarda una costante e precisa manutenzione di sentieri e percorsi naturalistici, insieme ad un'azione di continuo e attento controllo del territorio in funzione preventiva, prima ancora che repressiva di fenomeni di inciviltà perpetrati da soggetti che nulla hanno a che vedere con un corretto e normale approccio con la natura. Nello specifico del territorio del quale abbiamo raccontato finora, sicuramente si lamentano forti criticità rispetto alla manutenzione e cura della sentieristica, che di fatto risulta praticamente inesistente ed espone i visitatori, costretti spesso a vagare fra residui di antiche piste e tratturi, a rischi enormi di smarrimento o di altri incidenti dovuti alla mancanza di percorsi ripristinati e segnati con un'adeguata segnaletica, contenente anche chiare indicazioni rispetto ai pericoli esistenti ed alle prescrittive norme di comportamento, fondamentali per evitare vere e proprie tragedie.
L'intervento delle Istituzioni preposte alla cura e salvaguardia del territorio ed alla tutela della pubblica incolumità, non può essere affidato ad interventi una tantum, che a volte neanche si effettuano, ma necessitano di una programmazione sistematica con azioni di controllo e manutenzione da praticare con cadenza almeno settimanale, se non quotidiana. Così facendo si eviteranno fenomeni di vandalismo perpetrati ai danni del patrimonio naturalistico e geomorfologico, alle strutture al servizio dell'utenza, con l'arrivo di gruppi più o meno numerosi, ma anche di escursionisti solitari, che avventurandosi in percorsi improvvisati, magari con abbigliamento non adeguato e da perfetti sprovveduti, finiscono per andare incontro a qualche grave incidente con esiti talvolta irrimediabili. Ma un controllo attento e costante consentirà di proteggere in modo ottimale un territorio così prezioso e unico sotto tutti i punti di vista, dai tanti malintenzionati o delinquenti seriali che approfittano della situazione di abbandono per compiere azioni predatorie a danno della flora e della fauna e del bene comune in generale. Un'azione puntuale e mirata che consentirà veramente di fare quel salto di qualità nella gestione di questa importantissima area protetta che, attraverso una prevenzione attiva, garantirà una sempre maggiore tutela e salvaguardia dei luoghi, ma anche favorirà lo sviluppo di tutte quelle attività umane compatibili e sostenibili che sono altrettanto fondamentali per la crescita di un'economica solida e duratura.

Pio Giovanni Sangiovanni
21/08/2019
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