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La festa di Sant'Anna cinquanta anni fa

1947 Processione di Sant'anna Mentre la canicola di luglio imperversa suscitando il clamore delle cicale, mi sorge spontaneo di riandare con la mente agli anni della mia fanciullezza e di ricordare quando, ormai sono cinquant'anni e più, in questo mese, fin dai primi giorni, aspettavo con grande entusiasmo la festa di S'Anna. "Sant'Anna" espressione luminosa e dorata nella mia fantasia, come i raggi del sole, le spighe di grano mature e le stoppie che nel mese di luglio inondano la campagna; parole magiche che riempivano la bocca e la mente di tutti i paesani e che, rimbalzando di contrada in contrada, riecheggiavano nei paesi vicini, dai quali molti devoti, nel giorno della sua festa, venivano a Orsomarso a rendere omaggio alla Madre di Maria. Era una festa particolarmente sentita e attesa per tanti motivi.

Tanto per cominciare, si poteva ascoltare della buona e bella musica. Esistevano a quei tempi molte bande musicali nel Meridione, alcune delle quali di ottimo livello artistico. Perciò, dietro pagamento, logicamente, di un'adeguata somma, si potevano avere le prestazioni di un'ottima banda la quale, oltre ad accompagnare la processione, dilettava il pubblico, eseguendo anche pezzi di d'opera, sia la sera della vigila che quella della festa. Amanti della buona musica venivano ad ascoltarla anche dai paesi vicini. A volte veniva proiettato anche un film all'aperto, cosa che, considerata la mancanza di una sala cinematografica sul posto e che ancora non esisteva la televisione, solleticava la curiosità della gente più della stessa musica. I fuochi artificiali erano ancora consentiti e si facevano brillare nei pressi della grotta (ncacca a grutta). Per quanto riguarda i ragazzi, però, ciò che maggiormente rallegrava il loro animo era il gelato. Una golosità che in realtà altro non era che una sorta di granita dal sapore e dall'odore vaghi, prodotta in modo molto artigianale da un gelataio forestiero che veniva una sola volta l'anno e, per l'appunto, in occasione della festa di S'Anna. Come si può facilmente capire, era qualcosa di ben diverso del gelato che conosciamo e abbiamo la possibilità di gustare oggi, ma non si poteva avere né si conosceva di meglio.

Grande attenzione esercitavano sui ragazzi anche le bancarelle, sulle quali potevano comprare giocattoli a lungo desiderati, come una palla di gomma, un mazzetto di carte da gioco, una pistola scacciacani, un'automobilina a corda, una bambolina. Alle bancarelle erano interessanti ugualmente, e forse ancor di più, gli adulti e in special modo le mamme di famiglia, le quali coglievano una delle poche occasioni per comprare cose utili per la casa: stoviglie, posate, pentole, biancheria, e anche chincaglierie. Ognuno secondo l'età, il sesso, i propri interessi e bisogni, dimostrava, naturalmente, preferenze diverse, ma c'era un argomento che metteva inequivocabilmente tutti d'accordo: tutti aspettavano con uguale desiderio il pranzo del giorno della festa. Attesa questa che forse non può essere compresa a pieno in questo nostro tempo di abbondanza e da persone supernutrite. Detto pranzo generalmente prevedeva la pasta fatta in casa - quasi sempre fusilli, condita con il sugo di carne e con il formaggio pecorino; la carne, che spesso era un filetto di maiale conservata apposta nello strutto fin dall'inverno; il melone, che in pratica era sempre un'anguria; quelli che ne avevano la possibilità poi, incuranti del solleone, annaffiavano il tutto con un buon bicchiere di vino, che non ammetteva dubbi nella sua genuinità. Il pomeriggio per la strada si incontrava sempre qualcuno che per aver alzato troppo il gomito non si reggeva in piedi, ma anche qualche altro al quale l'ebbrezza dell'alcol aveva messo addosso una grande frenesia di suonare l'organetto e di ballare la tarantella: si formava allora intorno a questi un gruppetto di persone che, prese dalla stessa frenesia, ridevano, battevano le mani e sghignazzavano.

Andando all’aspetto più strettamente religioso, ricordo che la processione si faceva dopo la messa cantata e cioè intorno a mezzogiorno.. Preceduta da numerose ”cinte” votive, portate in testa quasi sempre da donne che procedevano a due a due. Ai lati d.ella statua camminavano due carabinieri in grande uniforme, molto composti, proprio com’erano stati durante La messa ai lati dell’altare maggiore. Ma prima che la Santa uscisse dalla chiesa, sulla porta aveva luogo il rito dell’Incanto. Difatti per potersi aggiudicare il diritto e il privilegio di portare la statua a spalla durante la proces-sione bisognava pagare una somma sotto forma di offerta e offrire più degli altri concorrenti tutto secondo la tradizione. Ai portantini comunque veniva dato opportunamente il cambio, considerate anche il lungo tragitto e l’ora particolarmente calda. Ripercorrendo mentalmente le strade lungo le quali si svolgeva la processione, ricordo, fra l’altro, che via Roma, nel tratto che va dalla chiesa a piazza Paolo Giannini, alias Palazzotto, veniva adornata con fiori e bandiere. I fiori erano quelli di agave, quelle gigantesche infiorescenze che proprio nel mese di luglio fanno bella mostra di sé nella nostra macchia. Alcuni volontari, desiderosi di dare il loro personale contributo per la buona riuscita della festa, dopo averle portate a spalla, le piantavano lungo la via, sul bordo prospiciente il canale, in apposite vecchie buche. Tra una infiorescenza e l’altra, quasi all’altezza delle cime, venivano sospese, come grani di rosario, bandierine a forma, di coda di rondine, poste vicinissime fra di esse, a comporre una lunga sequela; mentre in cima a ciascuna delle arboree infiorescenze veniva sistemata una bandiera più grande.

La festa si svolgeva essenzialmente intorno alla chiesa di sopra. Ed era sul parapetto di fronte alla chiesa, lato nord, che si dava inizio alla festa con lo sparo delle masc(i)che. Erano queste una specie di mortaretti che in numero di dieci al massimo, ogni sera durante le funzioni della novena venivano fatte esplodere. Colgo, infine, l’occasione per dire che da piccolo ho sempre saputo che la Patrona di Orsomarso è Sant’Anna, per cui non mi spiego perché adesso, almeno da quanto ho sentito, considerato che da circa trent’anni non vivo più al paese, si venera come tale San Sebastiano. Sarei molto grato a chi sulle colonne di questo bollettino volesse gentilmente darmi delucidazioni in merito.

P. Aronne
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