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Sei in /Italia/2009/No crocifisso in aula

Il crocifisso in aula viola la libertà religiosa

DIRITTI - La storica sentenza emessa ieri dalla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo, con sede a Strasburgo, che in accoglimento del ricorso di una cittadina italiana dichiara che "la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche è una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni" ha scatenato, come era ampiamente prevedibile, dure reazioni avverse da parte del mondo cattolico (e non necessariamente da tutto il mondo cristiano) e da ampia parte del mondo politico. Dalla "restituzione delle croci" compiuta da Mussolini in periodo fascista, croci che erano state tolte dai luoghi laici più significativi negli anni dell'affermazione di Roma capitale, quindi poco dopo il 1870, il crocifisso, simbolo principe del cattolicesimo e di egemonia culturale e morale della Chiesa romana, trova una base giuridica che le successive novità legislative non hanno scalfito, nonostante la Costituzione del 1948 statuisca l'eguaglianza delle religioni di fronte alla legge e nonostante diverse sentenze della Corte Costituzionale riaffermanti la laicità dello Stato e la supremazia dei principi costituzionali su altre norme e leggi.

In uno Stato laico, nella piena attuazione di una costituzione che non prevede religioni di Stato, la presenza di simboli costituisce un'inammissibile privilegio per la Chiesa cattolica. In particolare la presenza dei crocifissi nelle scuole non ha alcuna valida motivazione. L'educazione dovrebbe essere impartita in modo imparziale, senza alcun condizionamento ambientale in grado di turbare la necessaria serenità da assicurare agli alunni. La Convenzione ONU sui diritti del fanciullo, ratificata dal parlamento italiano con la legge 176/1991, esige che sia rispettato il loro diritto alla «libertà di pensiero, di coscienza e di religione»: la presenza del crocifisso promana inequivocabilmente un messaggio diametralmente opposto.

In molti vedono nella sentenza di ieri, e nella richiesta di uguaglianza della dignità religiosa (o a-religiosa) un presunto attacco alle supposte prerogative della maggioranza degli italiani che sarebbero cattolici e quindi in pieno diritto di mettere i loro simboli nei luoghi pubblici del loro paese. La democrazia liberale si fonda sul rispetto e sulla garanzia delle minoranze, in modo particolare nel campo delle libertà civili, libertà di pensiero in primis. Lo Stato che fa ufficialmente propria una religione, non importa quanto diffusa, non è una democrazia liberale ma, a seconda del grado di discriminazione dei non appartenenti al culto ufficiale, un ibrido che inclina verso lo Stato confessionale o teocratico.

Il principio di laicità dello Stato, conquista della modernità occidentale, garantisce che lo spazio pubblico sia ideologicamente e religiosamente neutro, in modo che tutti i cittadini si possano sentire rappresentati e non esclusi, a prescindere dalle loro credenze. Nessun gruppo, per quanto numeroso, può quindi appropriarsi dello spazio pubblico a danno degli altri, per quanto pochi, e contrassegnarlo con i simboli religiosi o ideologici di una sola parte. Negli uffici pubblici trovano collocazione legittima solo simboli come la bandiera nazionale o l'immagine del Presidente della Repubblica in cui si può effettivamente esprimere l'idea di unità nazionale. Nemmeno si tratta di togliere la cristianità o la religione dalla scuola, la quale può essere comunque trattata in una materia di studio. Infatti c'è una differenza radicale, e anche abbastanza ovvia, tra ciò che entra nei programmi scolastici come materia di studio, e quindi anche di vaglio critico, e ciò che viene affisso alla parete come simbolo, sottratto, nella sua fissità di icona, al mutare dei contenuti e all'esercizio della critica.

Queste considerazioni sembrano ovvie per un laico e sono generalmente accettate in Europa. E sembrano essere state ovvie anche alla Corte (accusata dal Governo di essere ideologizzata, ma questa non è una novità), che ieri ha emesso il verdetto all'unanimità, 7 giudici su 7, lasciando che la perplessità e lo scandalo sia tutto italiano.

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Il commento di Stefano Rodotà (micromega)

a cura di S. Sangiovanni
04/11/2009
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