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Della descolarizzazione. L'istruzione al bivio: verso una scuola a due velocità?

ITALIASCUOLA - Il mio ultimo Descolarizzare la società ha sollecitato più reazioni. Ne cito due. Giulia Valentino, insegnante, pur sottolineando che la situazione da me descritta è quella reale, afferma: "Non riesco proprio a pensare che questa è la fine! Pura ideologia? Sarà ma, quando sto con i miei alunni e li guardo negli occhi e parlo con loro e scorgo nei loro discorsi le tracce dei loro sogni...beh, non mi piace pensare che ad attenderli è un futuro di lacrime e sangue e così amo parlar loro di speranza" Sono d'accordo! Anch'io ho insegnato e insegno e so benissimo che il nostro primo messaggio, implicito quanto si voglia, è quello di dare certezza agli incerti e forza ai deboli, perché che cresce e apprende è sempre "incerto" e "debole" a fronte di ciò che deve affrontare e costruire. Educare è in primo luogo "liberare", accendere sogni, se si vuole con un bella metafora, non davvero "asservire" alle esigenze dell'immediato che non è mai esaltante, pur prescindendo dalle difficoltà in cui oggi ci troviamo! Mai trasmettere incertezze, sempre motivare e premiare!

Franco De Anna, che ormai da sempre mi fa il contrappunto - e ne solo felice perché tirar di fioretto con la sua acuta intelligenza è sempre un grande esercizio per me - mi sottolinea due cose. In primo luogo mi ricorda che l'istruzione in sé non è cosa così recente come l'ho presentata: ci sono state l'Accademia, il Liceo, la Stoà, di cui serbiamo il ricordo addirittura nella nomenclatura del nostro ordinamento. E mi sottolinea che "l'istruzione nella nostra esperienza storica (il sistema anzi il sottosistema istituzionale e, con la dimensione di massa, il segmento corrispondente del più vasto sistema di welfare) è prodotto dall'intersecarsi di due processi storici: il consolidamento dello Stato nazionale e la seconda rivoluzione industriale (forse meglio: il passaggio tra la prima e la seconda rivoluzione industriale)". Rispondo che queste cose le so, e so anche che la parola scuola viene dal greco antico σχολή, il tempo libero in cui si discute e si ricerca, un po' l'otium dei latini. E' nella nostra natura di umani la facoltà del ricercare, dello scoprire, dell'inventare. Il fatto è che, quando scrivo per il web, devo essere chiaro e conciso, a volte forse un po' apodittico... Perché? Perché altrimenti nessuno mi pubblica e, soprattutto, nessuno mi legge!

Ma c'è una seconda considerazione di Franco che merita attenzione e approfondimento. Sostiene che la cultura - e l'istruzione, quindi, in quanto promotrice di cultura - può essere intesa come valore d'uso e come valore di scambio (è l'amico Bruno Roscani che per primo ebbe questa intuizione): valore d'uso quando il soggetto la apprende, la comprende, la arricchisce, la implementa e la fa propria; valore di scambio quando il soggetto la utilizza sul "mercato del lavoro". Il ragazzo di bottega apprende e poi diventa Piero della Francesca! Massimiliano Fuksas si laurea alla Sapienza, poi progetta e realizza all'Eur la tanto attesa Nuvola! La cultura si acquisisce e poi si vende, come un qualsiasi bene!

Se adottiamo questa ottica, il successo sociale dell'istruzione di massa nella tradizione occidentale - afferma Franco - è legato al congiungersi delle seguenti due prospettive: a) l'affermazione del valore del sapere come incondizionato valore in sé, quindi valore d'uso, legato alla affermazione del sapere come seconda natura dell'uomo (lo dobbiamo agli inventori dell'Accademia, del Liceo, del Ginnasio, ecc.); b) l'affermazione delle conoscenze e del sapere come parte essenziale della produzione della ricchezza. Ed è questa la contingenza storica della seconda rivoluzione industriale. In questa seconda prospettiva, l'istruzione è valore economico, valore di scambio. E, su questa base, diventa puro investimento, sia della società che dei singoli, capace di produrre un netto miglioramento delle loro condizioni iniziali, come risposta positiva, nel futuro, ai sacrifici affrontati per frequentare la scuola.

Ciò che sta accadendo oggi - continua Franco - entro l'attuale fase storica (andiamo verso una terza rivoluzione industriale?) è una progressiva separazione delle due prospettive. Aumenta la necessità di avere grandi talenti cognitivi nella produzione di valore. Anzi il rovesciamento di rapporti tra produzione materiale e stock di saperi necessari a mantenerne lo sviluppo incorpora direttamente il sapere nella produzione e tende a ridurlo "integralmente" a valore di scambio. Ma con ciò lo fa soggiacere alla inevitabile e dura selettività della "produzione di valore". C'è bisogno di grandi talenti, ma il processo di produzione del valore è in grado di valorizzarne pochi e li consuma velocemente. Così, a lungo andare (o a breve andare?), le due prospettive si separano, e dallo strabismo che ne risulta emerge la mortificazione del primo valore, quello "incondizionato", non più supportato, se non in modo estremamente selettivo e strumentale, da quello economico. Ciò che così si pone direttamente in discussione non è l'istruzione in sé, ma l'istruzione di massa, in un processo che finisce per attenuarne la funzionalità sociale e corrodere il consenso e la disponibilità al sacrificio che essa comunque comporta.

In altri termini, da noi "ieri" era necessario istruire la grande maggioranza della popolazione in quanto si doveva costruire un Paese fortemente industrializzato che fosse all'altezza di competere con altri Paesi già ad alto sviluppo. "Oggi" tale necessità è meno avvertita dall'establishment economico, che può pur sempre "pescare" e formare al suo interno il knowhow necessario al suo sviluppo. Per non dire poi che un sorta di istruzione di base viene comunque garantita ai nuovi nati in forza dei canali della cosiddetta istruzione informale e non formale. In tale scenario, ha senso rafforzare un'istruzione di base formale, garantita dallo Stato e dalla Costituzione? Non più, forse! Roba da anni Cinquanta!

Non so quanto Gelmimi e Tremonti siano consapevoli del disegno dissolutorio a cui hanno posto mano. Resta il fatto che ubbidiscono a istanze per ora ancora non chiaramente emerse dal nostro contesto socioeconomico. Detta in soldoni: perché investire tanto in un'istruzione di base per tutti quando poi non tutti serviranno al disegno sotteso a cui le ferree leggi del mercato stanno lavorando? E la società della conoscenza finirà con l'essere un'utopia? Non so quanto abbia saputo riportare il pensiero di Franco: ma la sua tesi è suggestiva per i problemi che pone e per come li dobbiamo affrontare! Discutiamone!

Maurizio Tiriticco
05/07/2011
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