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Liberalizzazione e diritti. Liberi di morire di fame ?

EDITORIALE

L'inno alla liberalizzazione senza limiti e senza controlli continua, quotidianamente, a tutte le latitudini e viene presentata come la bacchetta magica per risolvere tutti i mali della società globale, in grado di portare finalmente sviluppo economico, occupazione, ricchezza e benessere per tutti. Purtroppo i dati che emergono sempre più evidenti nel mondo, in questi inizi del terzo millennio, sembrano smentire clamorosamente i componenti del coro degli esaltatori di questa dottrina e fanno sorgere più di un dubbio sul fatto che in una società in cui lo Stato non eserciti alcun controllo regolamentare sui meccanismi selvaggi del mercato, possano esserci realmente una prospettiva di vita serena ed un futuro agiato per tutti i propri componenti.

Qui non si tratta di rinvangare nostalgiche teorie di un Ente astratto, gestore dei meccanismi economici e delle scelte strategiche e pianificatrici di breve, medio e lungo termine, ma piuttosto di ripensare il sistema e gli ingranaggi che, da che mondo è mondo, hanno costituito una economia basata sulle leggi del mercato e sulla sua ormai assodata incapacità di garantire giustizia ed equità. Si tratta in sostanza di una visione miope e da ingenui, pensare che in un sistema di rapporti dominato da lobby in chiaro e più o meno occulte, che fanno del profitto ad ogni costo a spese inevitabilmente della sopravvivenza della concorrenza, possa esserci spazio per una umanità solidale, basata non sulla elargizione di sporadiche elemosine, ma che garantisca il diritto ad esistere in piena libertà e dignità.

Non voglio infilarmi in analisi micro o macro economiche, ma semplicemente evidenziare alcuni dati che ci pongono seriamente di fronte a scelte senza precedenti e che ci coinvolgono in prima persona, tutti quanti. Recenti inchieste sui fenomeni di emarginazione e povertà assoluta presenti nelle società sviluppate, il cosiddetto primo mondo, hanno evidenziato l'esistenza di masse sempre più numerose di persone che non posseggono praticamente niente e vivono di espedienti, dormono avvolti in cartoni e sacco a pelo sotto i portici, nelle stazioni ferroviarie e delle metropolitane delle grandi e moderne città, in cui impera incontrastata la grande finanza e il luccichio delle luci della ribalta. Paradossalmente avviene che più ci troviamo nelle aree a maggiore tasso di sviluppo e ricchezza, ancora più diffuso si presenta il fenomeno, in termini di valori assoluti.

Come devono essere considerati questi soggetti ridotti alla stregua di rifiuti urbani ? Sfortunati o disadattati ai quali nella vita è andato proprio tutto storto ? Gente che ha tentato di combattere una battaglia con armi spuntate, che si era illusa di poter competere a parità di condizioni ed opportunità in un contesto dove, invece, l'unica regola era proprio quella che non esistono regole ? Che cosa dobbiamo pensare di tutti costoro noi persone "normali" ? E cosa pensano di loro i cosiddetti vincitori, coloro che si pavoneggiano in mezzo a stuoli di cortigiani di ambo i sessi e sorridono, esaltando le grandi prospettive del libero mercato e reclamano ancora meno controlli e regole, organizzando anzi un sistema di scatole cinesi che funziona perfettamente nel caso in cui si verificano disastri annunciati, con morti e feriti, fisiologici secondo le loro statistiche basate su precisi calcoli di probabilità. E se poi la povertà si allarga alla classe media che soffre in un angosciante silenzio, di fronte ad ingiustizie così abnormi che persino i più sprovveduti sanno leggere e interpretare ?

Certamente ci si rende conto che la cosa non funziona, che i diritti al lavoro, ad un giusto salario e alla sicurezza sul lavoro devono valere a tutte le latitudini, anche laddove si spostano i gruppi industriali che con la scusa della delocalizzazione, migrano in paesi divenuti vere e proprie oasi di violazione dei diritti ad una retribuzione giusta, corrispondente a ritmi e tempi umani di lavoro. E se gli stati dai quali queste imprese fuggono con la scusa dell'eccessivo costo del lavoro, rifiutassero di far entrare i prodotti fabbricati in paesi che violano le norme più elementari dei diritti dei lavoratori ? Certamente tutti griderebbero allo scandalo, ma probabilmente avremmo finalmente imboccato la strada del riconoscimento dei diritti globali di chi lavora. È un'utopia ? Forse si, ma i tempi sono ormai maturi per porre sul tappeto questo problema, perché la crisi è anche figlia di questa pseudo-liberalizzazione, basata proprio sulla sistematica violazione di qualsiasi norma morale del vivere civile, solo e soltanto in nome del mercato e del profitto.

Un mondo in cui si è liberi sì, ma di morire di fame e di inquinamento.

Pio G. Sangiovanni
28/12/2012
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